Con l’acquisto delle prime armature complete nei primi anni 2000, ci siamo posti il quesito su cosa e come gli uomini d’arme italiani potessero indossare sotto l’armatura nel XV secolo.

Nell'ambito della ricostruzione storica, l’armatura veniva solitamente indossata sopra un gambeson, una tunica imbottita di varia lunghezza, alla quale venivano fissate le pezze d’armatura tramite laccetti di cuoio passanti attraverso apposite asole.

Questa soluzione ci sembrava poco pratica. Pertanto, abbiamo deciso di approfondire l'argomento aiutandoci grazie lo studio di documenti sia scritti che iconografici. Da queste ricerche, abbiamo ipotizzato che, a partire almeno dal secondo quarto del XV secolo, sotto le armature venisse indossato un farsetto.
Il farsetto è un capo d'abbigliamento che nasce originariamente per utilizzo militare. Ampiamente diffuso in questo ambito sin dalla fine del XIV, questo indumento si evolve nel XV secolo cambiando le sue forme e volumi. Aderendo strettamente al corpo per evidenziare il busto e prolungandosi leggermente sotto la vita, si modifica per rispettare quei canoni estetici imposti dalla nascente moda quattrocentesca.

Questo indumento, utilizzato in tutta Italia, prende il nome dall'imbottitura che viene appliacata sul petto. Inizialmente concepita come protezione aggiuntiva, l'imbottitura assume successivamente un carattere puramente estetico, compensando eventuali carenze muscolari e conformando il corpo all'ideale di bellezza dell'epoca.

In fiorentino, questa imbottitura era chiamata "farsa", da cui il termine "farsetto". In altre regioni italiane, come Venezia, il farsetto era noto come “zuppa”, "zupone" o "zuparello", termini derivati dal dialetto veneziano "inzupare", che significava appunto infarcire, riempire. Nelle altre parti della penisola, il capo era spesso indicato con il nome di "giubba" o "giubbone", derivante dalla storpiatura di “zuppa” e "zupone". Ed è proprio con questi termini che spesso lo troviamo identificato nei documenti dell’epoca legati all’ambito militare.

Dopo aver abbandonato le prime sperimentazioni "fai-da-te", utili per i "test sul campo", ci siamo confrontati con Paola Fabbri e insieme abbiamo iniziato a studiare la realizzazione di un “farsetto da armare”.

A livello di reperti il più famoso tra i farsetti è sicuramente il farsetto funebre di Pandolfo III Malatesta databile in un periodo precedente al 1427, anno di morte del condottiero e capostipite della casata riminese.

foto Paola Fabbri - Farsetto di Pandolfo III Malatesta - parte anteriore e particolare della farsa

foto Paola Fabbri - Farsetto di Pandolfo III Malatesta - manica e particolare delle impunture

A livello iconografico, l'analisi della ritrattistica quattrocentesca si è rivelata estremamente preziosa per la nostra comprensione della moda e delle tecniche sartoriali del periodo. In numerosi dipinti e affreschi dell'epoca, è possibile osservare soggetti maschili indossare farsetti civili che presentano caratteristiche tipiche dei farsetti "da armare". Questi capi di abbigliamento, rappresentati con grande dettaglio, non solo offrono importanti indicazioni sulla moda dell'epoca, ma evidenziano anche la stretta interconnessione tra l'uso civile e militare di questo indumento.

Attraverso un attento confronto tra il reperto materiale e le diverse fonti iconografiche, siamo riusciti a identificare i tratti distintivi di questa tipologia di farsetto. Questa analisi comparativa ci ha permesso di delineare con maggiore precisione le specifiche funzioni e caratteristiche del farsetto,.


MS 55, fol 122b-123b. 1460. Pierpont Morgan Library, New York  MSS Ott.lat.1417 Biblioteca Apostolica Vaticana- Giovanni di Ser Nicolò de’ Castaldi di Fano - 1460

MS 55, fol 122b-123b. 1460. Pierpont Morgan Library, New York
MSS Ott.lat.1417 Biblioteca Apostolica Vaticana- Giovanni di Ser Nicolò de’ Castaldi di Fano - 1460

Lo studio delle fonti documentarie è stato cruciale per individuare i materiali adatti alla realizzazione di questo capo d'abbigliamento.

Il reperto di Fano è stato realizzato in velluto di seta a pelo lungo color cremisi, un tessuto sicuramente alla portata del ricco signore di Fano, ma meno accessibile a condottieri o uomini d’arme minori. Per identificare i tessuti utilizzati nella fabbricazione di questo capo ci sono venuti in aiuto registri e missive con indicazione di ordini relativi alla sua confezione.
Tra i tessuti più utilizzati ovviamente troviamo il "panno" che in accezione quattrocentesca indica il panno di lana, il velluto che abbiamo già visto nel reperto di Fano e infine il "panno lino" ovvero il panno di lino.
Dopo diverse sperimentazioni con il panno di lana, la nostra scelta si è orientata per lo più verso il panno di lino. Tale decisione è stata presa in considerazione della sua maggiore resistenza all'usura provocata dall'utilizzo dell'armatura.
Il lino utilizzato per la confezione dei nostri farsetti proviene prevalentemente da tessiture di fine Ottocento o inizio Novecento. Questi tessuti, venduti in torselli, venivano utilizzati dai nostri nonni per la confezione di biancheria personale o per la casa. Durante i nostri primi esperimenti, erano facilmente reperibili a prezzi molto bassi. Oggi, invece, è necessario prestare molta attenzione a ciò che si trova sul mercato, poiché i prezzi sono notevolmente aumentati.

 

Storie di San Martino, bottega di Domenico Ghirlandaio. 1475/1480. Oratorio dei Buonomini di San Martino - Firenze
Foto Archivio Famaleonis

Come già accennato, il "farsetto da armare" non differisce sostanzialmente dal farsetto ad uso civile in termini di taglio, ma si distingue per i particolari che lo rendono specifico per l’uso militare. Questi dettagli nascono dalla necessità di creare un indumento che fosse al contempo resistente e funzionale all'applicazione delle piastre d'armatura.

A differenza del farsetto civile, il farsetto militare presentava una serie di occhielli strategicamente posizionati per il fissaggio delle diverse parti dell'armatura. Sulle spalle, questi occhielli consentivano l'aggancio dei bracciali, le protezioni per le braccia. Lungo la falda, all'altezza della vita, si trovavano occhielli destinati a fissare le calzabraghe e altre componenti cruciali, come i gambali e il gonnello in maglia metallica che copriva l'inguine.

Parleremo in un altro articolo della maglia metallica indossata sotto all’armatura, altro importante elemento distintivo dell’uomo d’arme.

In merito al fissaggio delle protezioni per le gambe, è interessante notare che alcuni ricostruttori storici hanno adottato l'usanza di utilizzare una cintura. Tuttavia, non vi sono evidenze storiche che supportino l'uso di tale dispositivo per il fissaggio delle pezze d'armatura..

Le nostre ricerche e sperimentazioni hanno dimostrato che, quando il farsetto è confezionato con cura e precisione, l'applicazione diretta delle protezioni per le gambe al farsetto stesso risulta essere non solo più comoda, ma anche più resistente. Questo metodo garantisce una maggiore stabilità e aderenza delle pezze, migliorando la mobilità dell'uomo d'arme.


 

Ritratto di Leonello d'Este, Giovanni da Oriolo, 1447ca. National Gallery London
Foto Archivio Famaleonis

Gli occhielli del farsetto da armare, analogamente a quelli del farsetto civile, venivano rinforzati con anellini metallici, spesso in lega di rame o mistura simile a ottone. Il fissaggio delle varie pezze d’armatura avveniva tramite laccetti in tessuto o cuoio dotati di puntali metallici, noti come "agugelli", che facilitavano il passaggio attraverso gli occhielli. Anche nell'ambito civile, specialmente nelle corti nobiliari, l'uso degli occhielli sulle spalle era comune. La loro presenza era sovente arricchita da laccetti di seta ricca e vistosa, sottolineando non solo lo status sociale, ma anche la fierezza guerriera di chi li indossava.

 

I duchi di Urbino Federico da Montefeltro e Battista Sforza, Piero della Francesca, 1473-75. Gallerie degli Uffizi, Firenze
Foto Archivio Famaleonis

Per comprendere appieno la complessità e la funzionalità del farsetto da armare, è essenziale considerare il ruolo delle impunture. Queste sono cuciture a punti distanziati che attraversano i diversi strati di tessuto, contribuendo a irrigidire la struttura complessiva del capo. Le impunture erano strategicamente posizionate nelle aree del farsetto maggiormente esposte all’usura. In particolare, gli avambracci, che subivano lo sfregamento costante dei bracciali d'armatura, erano rinforzati con queste cuciture. Anche le falde e il colletto erano sottoposti a notevole stress meccanico a causa dell'attrito con la maglia rivettata. Pertanto, l'uso delle impunture in queste aree critiche non solo migliorava la durabilità del farsetto, ma ne aumentava anche l'efficacia protettiva.

Foto Archivio Famaleonis

Nei modelli realizzati da Paola Fabbri, le impunture irrigidivano talmente il farsetto da renderlo molto simile a un giubbotto con protezioni da moto. Questa rigidità era tale che, nei primi utilizzi, si formavano piccoli ematomi nella zona interna dell'avambraccio, vicino al gomito, a causa della resistenza del materiale.

 

 

Espulsione di Tarquinio da Roma, Cassone, Maestro di Marradi 1480 ca. Collezione Privata
Foto Archivio Famaleonis

Dopo aver effettuato numerosi test con differenti tipi di armature e protezioni, e dopo anni di utilizzo pratico, ci sentiamo di affermare che lo studio iniziato anni fa conferma ciò che probabilmente era la realtà dell'epoca medievale.

L'importante ritrovamento delle vesti funebri di Diego Cavaniglia, un nobile e condottiero del Sud Italia morto intorno al 1480, ha portato alla luce un nuovo reperto di grande rilevanza. Grazie al continuo confronto con Paola Fabbri, che ha avuto accesso diretto al reperto originale, siamo riusciti a confermare le ipotesi riguardanti il taglio e i dettagli dei farsetti da armare realizzati per i membri di Famaleonis.

Nel contesto del suo studio, Paola Fabbri ha realizzato una replica del farsetto di Cavaniglia. Avremo modo di approfondire questo argomento in una prossima occasione, quando avremo interessanti novità da condividere con voi.